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L'altra faccia dei Risk Manager (9° parte)

I soci di ANRA continuano a raccontare le proprie esperienze e passioni al di fuori dell’attività professionale, svelando un modo ampio e ricco di vivere la vita: dalla musica allo sport, dalla lettura alle creazioni artigianali. Oggi raccontiamo Anna Perosino, "Interpretare la realtà e la funzione"

Autore: Redazione ANRA

Il “lato nascosto” di Anna Perosino, milanese da generazioni, è una forte incli- nazione per le arti; dopo una carriera in Foster Wheeler è ora risk manager consultant nel settore Energy. Alla professione ha sempre affiancato la passione per il teatro e per la fotografia, nate quando era ancora bambina e cresciute grazie ai genitori che l’hanno assecondata.

C’è qualcosa in comune tra fotografia e teatro?

Considero la fotografia un’arte, così come arte è il teatro. Per quanto il digitale abbia reso più semplice la raccolta di immagini, aggiungendo la possibilità di sperimentare a costi più bassi quindi lavorando anche in quantità, la fotografia è da considerare ancora una forma d’arte. La differenza tra “foto” e “foto artistica ” è quella che intercorre tra “immagine buona” e “bella immagine”: la prima si pesa in qualità di resa e si può ottenere anche utilizzando uno smartphone, ma un’immagine “bella” deve contenere in più qualcosa di chi l’ha scattata, deve comunicare, avere anima. Per questo io aspetto che un’immagine “mi chiami”, ho imparato con l’esperienza che se il momento non mi attrae la foto risulta insignificante.


Come ha iniziato a fotografare?

Mi piaceva fin da bambina, e alla fine della prima media ho ottenuto come regalo la prima macchina fotografica. Fotografavo di tutto: la prima gita scolastica al Castello Sforzesco, le vacanze, la mia famiglia … Per fortuna i miei assecondavano questa mia passione, ma solo dal punto di vista economico: il mio sogno era diventare reporter di guerra, (non ridete, ne ero convinta) ma non mi è stato permesso seguire questa strada professionale. Oggi, per me, fotografare è comunicare, perché mi piace che anche gli altri possano vedere quello che vedo io. Ma fotografare è anche il ricordo di un momento, e tante occasioni mancate, immagini che non sono riuscita a cogliere e che sento come perdute, anche se non dimenticate.


Cosa ama riprendere oggi? 

Naturalmente con il tempo ho affinato il gusto e mi sono rivolta a temi specifici: oggi mi piace riprendere le architetture, vecchie e nuove, viste da angolazioni particolari. Ci sono edifici, scorci, che hanno una voce, particolari che esprimono non tanto quello che la costruzione è dal punto di vista fisico, ma quello che “pensa” di essere. In una foto che ho realizzato, la porzione di un ponte pare essere un gabbiano. A volte basta modificare l’angolazione, ruotare l’inquadratura, e l’immagine cambia completamente rispetto all’oggetto che è fonte di ispirazione: io inseguo quest’ottica. Amo anche i mossi programmati, controllati. Sono state molto apprezzate una foto di mosso controllato del grattacielo Pirelli, e un’altra, che appartiene allo stesso gruppo, della torre Velasca in una giornata burrascosa che esprime un forte senso di decadenza.




Quindi più i luoghi che le persone?

Ho un mio modo di riprendere le per- sone: non sono mai protagoniste della foto, ma figure funzionali al paesaggio o al punto di vista che voglio suggerire a chi guarderà l’immagine. Un discorso a parte, invece, per la foto di viaggio, che nel tempo è cambiata e oggi ha più un valore di testimonianza che di reportage. In queste occasioni mi piace riprendere le persone locali in momenti quotidiani o in atteggiamenti diversi da quelli a cui noi siamo abituati, quasi una testimonianza delle caratteristiche che distinguono ogni popolo. In genere però non “rubo” le foto, mi piace che le persone siano consapevoli della mia presenza ma non in posa: per questo mi metto in posizione defilata, prendo tempo e dopo un po’ le persone non fanno più caso alla mia presenza ed è più facile catturare un’espressione, uno sguardo, un atteggiamento.


Fotografare è esprimere se stessi di fronte agli altri, come a teatro?

L’occasione di esporre è venuta spesso per caso, soprattutto le mostre sulle testimonianze di viaggio alle quali ho aderito su richiesta proprio perché è un tema che mi appartiene meno del soggetto astratto. Ricordo una mostra in cui il curatore ha voluto selezionare di persona le foto, e tra queste non ce n’era nessuna di quelle che avrei scelto io. Un nesso con il teatro potrebbe esserci, anche se nel teatro non è facile esprimere sé stessi. Ogni personaggio è un abito che solo in parte può essere interpretato secondo il proprio sentire; in più c’è la visione del regista che influenza maggiormente la rappresentazione. In teatro si è se stessi quando non si ruba ma si interpreta: si può imparare dai più bravi ma non copiare, diventerebbe una banale imitazione, meglio sbagliare essendo se stessi.


Da quando recita?

Anche in questo caso da quando ero ragazzina. Ma mi piace tutto del teatro, anche la scrittura. Mia nonna, da vera milanese, mi obbligava a parlare con lei solo in dialetto perché sosteneva essere una lingua, da qui ho poi imparato anche a scriverlo. Ho recitato in dialetto milanese opere dell’Ottocento e dei primi vent’anni del Novecento, poi ho anche iniziato a tradurre delle commedie dall’italiano e ultimamente anche un giallo dall’inglese. Una forma teatrale che pratico ultimamente con il mio gruppo di recitazione sono le letture: è una soluzione economica ma che incontra i favori del pubblico. Permette di ridurre i tempi delle prove - e questo è più compatibile con la disponibilità di chi non recita per professione – e di affrontare con più libertà molti generi: anche pagine scelte dei Promessi Sposi. Da spettatore invece prediligo il teatro d’avanguardia, opere di teatro off di cui mi incuriosisce la messa in scena.


Per recitare serve uno spirito di squadra, come nel team di lavoro, o è una questione di individualismi?

Ci vuole spirito di squadra, non un insieme di prime donne. Come in tutte le manifestazioni collettive, se non c’è spirito di squadra manca la coesione e si percepiscono i “fili sparsi”, il problema è gestire coloro che invece vogliono primeggiare, e questo accade anche nel dilettantismo. Fare squadra è ciò che permette di creare qualcosa di spontaneo e di partecipato, è ciò che determina il comune sentire. Chi vede lo spettacolo capisce se chi è in scena si sta divertendo o se invece recita e basta.

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