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Come eravamo: i primi 25 anni di ANRA

La nostra associazione ha compiuto 45 anni. Dall’inizio della propria storia, Anra ha attraversato tutti i cambiamenti più importanti che hanno coinvolto il nostro paese, fino ad arrivare oggi ad una visione necessariamente proiettata verso le tematiche globali. Uno dei punti di forza del nostro gruppo è sempre stata la capacità di non adattarsi al cambiamento ma di accompagnarlo, come guida per i soci e spesso anche per le imprese e le compagnie assicurative. In occasione di questo anniversario, vi proponiamo il ricordo che un socio della prima ora, Enrico Gladulich, scrisse in occasione dei primi venticinque anni di Anra: un “come eravamo” che ci porta indietro nel tempo, ma che ci fa ritrovare già nelle nostre radici lo spirito di innovazione continua e di proposta attiva che ancora ci contraddistingue

Autore: ANRA

Pensa che bello se non fosse esistita la Grecia, mi sussurrò Lazzara. “Perché?”, domandai meravigliato. Non avremmo dovuto studiare questa roba, fu la risposta. Guardai ammirato il mio compagno di banco e mi rimisi a leggere l’Odissea. Certo, se la Grecia non fosse esistita... Ma forse sarebbe stato sufficiente che Ulisse non fosse nato. Mah.
L’amletico dubbio di cinquanta anni fa – ero in seconda media – mi è tornato alla mente accingendomi a scrivere queste righe: l’Anra sarebbe nata se il mondo assicurativo fosse stato diverso? L’Anra sarebbe nata senza Morgano, Steffano, Palazzo, ecc.?




Negli anni ’60 le società di assicurazione in Italia operavano in un mercato protetto: la legge non consentiva né a privati né ad aziende di pagare premi se non ad assicuratori autorizzati ad operare in Italia.
Gli imprenditori non avevano ancora scoperto le società di assicurazione come fonte di proficuo investimento – lo avrebbero fatto più tardi alcuni avventurieri creando qualche disagio – per cui il mercato era particolarmente chiuso: operavano solo quelli che allora si definivano con qualche compiacimento “assicuratori puri”. Le società erano dirette da assicuratori: l’arrivo ai vertici di uomini di finanza, manager di scuola bocconiana o ex auditors era molto, molto lontano.

Questo ambiente protetto portava ad un immobilismo impensabile oggi: la pubblicità consisteva nell’elargire, con molta parsimonia, delle agendine e qualche calendario, un dirigente che avesse meno di quarant’anni di età era sospettato di chissà quali oscure protezioni, regnava un fortissimo spirito di casta. I risultati economici sembravano dare ragione a questo atteggiamento e il “quieta non moveatur” era condiviso da tutti, dipendenti compresi.
Giustificate da principi di equilibrio e di mutualità, le coperture assicurative erano uguali per tutti, ignorando le esigenze della clientela. Del resto, queste esigenze non potevano giungere alle orecchie dei vertici delle società di assicurazione, tali e tanti erano i filtri e gli sbarramenti che si frapponevano fra assicurati e assicuratori.
Dominavano allora gli agenti: pochi, ben ricompensati, imprenditori capaci, il cui compito era di convincere il cliente ad accettare quanto “la Direzione” proponeva. Ricordo, con riconoscenza, un agente la cui tecnica di trattativa consisteva nell’invito a pranzo: dal livello di ristorante potevi desumere l’importanza della questione in gioco.
La libera concorrenza era relativa: a imbrigliare tutto provvedevano Comitati Tecnici o Consorzi composti da dirigenti delle varie società che fissavano tariffe, prescrivevano clausole, imponevano coassicurazioni, liquidavano sinistri.
l libri e le pubblicazioni erano numerosi e taluni di ottimo livello. Scritti per lo più da assicuratori o da professionisti legati alle assicurazioni, avevano però una visione unilaterale dei problemi (leggendo alcune sentenze apparse su “Assicurazioni”, un collega amante dei film western commentò: “Siamo come gli indiani: perdiamo sempre”). 





Dal versante dell’utenza la situazione non era migliore: la gestione delle polizze consisteva per lo più nel controllare l’esattezza dei conteggi, si puntava a non avere franchigie ignorando però colossali scoperture, spesso la polizza era archiviata in contabilità come una qualunque fattura dimenticando che essa era un contratto, ciascun settore aziendale gestiva gelosamente le polizze di cui si riteneva competente. Era quindi l’agente l’unico in grado di coordinare e di seguire efficacemente in azienda la problematica assicurativa, svolgendo un utile servizio ma drogando l’utenza che non si sentiva incentivata al “fai da te” assicurativo.
Molte polizze incendio venivano fatte solamente perché richieste dalla banca mutuante – ed infatti spesso le merci non erano assicurate – i massimali Rc si aggiravano su 25 milioni di lire per persona e 5 milioni di lire per danni a cose (comunicai ad un collega americano i massimali della nostra polizza di Responsabilità Civile: si limitò a rispondere che i miei massimali corrispondevano alla metà della sua franchigia). Non si parlava di Rc Prodotti, danni indiretti, valore a nuovo.
Del resto, eravamo in pieno boom economico e il 1968 non aveva ancora segnato la vita sociale. Il dollaro valeva 600 lire, uno stipendio medio non superava tre milioni annui, un affitto di 100.000 lire mensili era caro. Per l’industria l’importante era produrre, non vendere.
In conclusione d’un lato il mercato assicurativo offriva il proprio prodotto, dall’altro l’impresa non chiedeva molto: l’agente non aveva soverchie difficoltà a garantire l’equilibrio di questo rapporto.
È facile descrivere delle situazioni ricorrendo ai propri ricordi o a documenti dell’epoca; ben più difficile, e opinabile, spiegare il perché di un cambiamento.





Agli inizi degli anni ’70 le imprese industriali si trovarono ad affrontare una situazione di mercato ed un ambiente sociale ben diversi e più perigliosi che il passato. Contemporaneamente, una classe dirigente che aveva il grande merito di aver portato l’Italia dalle macerie del ’45 al boom del ’60 cedeva il passo ad un nuovo management, giovane aggressivo, preparato, europeo. La pressione di mercati esteri, i cambiamenti legislativi e giurisprudenziali, il rapido aumento del costo del denaro, le maggiori difficoltà che le aziende provavano nel “fare il risultato”, nuove attitudini manageriali, portarono fra le altre cose a una sostanziale modifica dell’atteggiamento dell’industria verso il mondo assicurativo: non era più possibile limitarsi ad accettare quello che l’assicuratore offriva, era necessario trovare ciò di cui si aveva bisogno.
Questo cambiamento non fu, o non poté essere, fatto proprio dagli agenti la cui importanza cominciò a declinare. Era l’assicurato che doveva e poteva individuare le proprie esigenze, portarle a conoscenza del mondo assicurativo, curare che i propri interessi fossero salvaguardati al pari almeno di quelli degli assicuratori.
Nacquero cosi figure che con varie denominazioni – per lo più responsabili assicurativi aziendali – si impegnarono a modificare la situazione all’interno e all’esterno dell’azienda. Compito difficile che consisteva d’un lato nello smantellare centri di potere, mettere in discussione rapporti consolidati, evidenziare errori; dall’altro nel far sentire all’esterno la propria voce e individuare nuove soluzioni.
La provenienza di questi responsabili assicurativi era la più varia: chi dal mercato assicurativo, chi dalla contabilità, chi dall’ufficio legale, chi dai fornitori, alcuni erano “chiens perdus sans collier” piazzati in quella posizione semplicemente perché non si sapeva dove metterli. Alcuni aspetti erano o sarebbero rapidamente diventati comuni a tutti: la coscienza di non sapere tutto, la volontà di emergere, un certo astio verso gli assicuratori.




È qui che sorge l’ANRA e che il mio racconto diventa personale. La prima funzione dell’associazione fu quella di acculturamento, di far nascere la professione. C’era chi spiegava ai colleghi cosa era la polizza incendio, chi illustrava la differenza fra costi fissi e costi variabili, chi teneva lezioni di diritto. Il secondo compito che si assunse l’ANRA fu di affermare all’esterno la nostra esistenza. Faticose prese di contatto con i vertici delle società di assicurazione e con associazioni parallele quali broker e periti, ricerca del riconoscimento da parte di associazioni di categoria o autorità ministeriali, propaganda verso le aziende. Diverse le reazioni nel mercato: apertura da parte di alcuni assicuratori – ricordo Ras, Sai, Assitalia – e di alcuni grossi agenti milanesi, rifiuto da parte di altri giustificato dalla difesa del ruolo della propria rete agenziale. Certo, scarsa abitudine a colloquiare da ambo le parti. Simpatica solidarietà da parte di Aipai, all’epoca sotto la signorile guida dell’Ing. Fusi, con cui scoprimmo inaspettati punti di convergenza. Appoggio aperto dei broker che riconoscevano in noi figure comuni nei mercati inglesi e statunitensi dove erano nati. Interesse da parte di Confindustria ed in particolare dell’Avv. Pompilj che si avvalse di noi per costituire un gruppo di lavoro e ci servì da primo e prestigioso tramite per i rapporti con il Ministero e con l’Ania (era l’epoca in cui l’assicurazione Rc Auto diventava obbligatoria e le tariffe fissate per legge). Più difficile il coinvolgimento della stampa, già poco sensibile ai problemi assicurativi. Faticose le prime interviste della De Martino, qualche sporadico articolo su “Il Sole24ore” propiziato da Confindustria, significativo riconoscimento i primi resoconti della nostra attività su “Assicurazioni” (il giornale degli assicuratori) propiziati forse dalla comune origine istriano-dalmata di Brando Battistig e mia.

I primi convegni in cui si parlava di assicurazioni (una novità), dei problemi e delle esigenze dell’utenza (una doppia novità), relatori spesso impacciati i soci dell’Anra. Il leit motiv sempre lo stesso “abbiamo bisogno di questo, all’estero viene concesso, perché da noi no?”. La partecipazione generalmente numerosa, segno che la domanda di cultura assicurativa era vivace. Per i relatori “esterni” pescavamo da Aiba e da Aipai (Cincotti era fra i più graditi); un po’ meno dal mercato assicurativo inizialmente reticente: mandavano “i giovani” (Stroppiana, Gastaldi, Cagnolati, Selliti, allora neo funzionari) che mostravano qualità spesso nascoste e ripagavano le aspettative. Gli argomenti non erano trascendentali ma rispondevano a reali e pratiche esigenze di lavoro e per questo interessavano. La presenza all’estero, forse un po’ anticipata rispetto alle reali esigenze e possibilità, ma subito incisiva e importante: soci cofondatori dell’associazione europea assicurati industria e per oltre un decennio vicepresidenti, realmente impegnati nell’attività a livello internazionale al punto da ospitare sovente a San Remo i consigli direttivi e a proporci come sede dell’associazione (tentativo fallito solo perché Bruxelles rappresentava già allora il centro europeo per eccellenza). Momenti anche brutti non mancano mai nella vita delle persone, quando la pressione dei broker sulle aziende mise talvolta in discussione la funzione del responsabile assicurativo aziendale; quando la funzione assolta non fu adeguatamente valutata all’interno delle aziende con drastici plafonamenti alla carriera; quando ristrutturazioni aziendali colpirono nostri colleghi.

Tanti i segni dell’affermazione dell’Anra: l’aver introdotto in Italia la Gestione del Rischio e averne sviluppato lo studio e l’applicazione, la collaborazione con prestigiosi istituti, dalla Bocconi all’Istituto Studi Assicurativi, al Cineas. Denominatore comune, il poter combinare la conoscenza della teoria con la reale esperienza dell’applicazione pratica. Attori di questa storia sono i soci dell’Anra, dalla trentina iniziale agli oltre cento di oggi, che nell’associazione hanno trovato dapprima solidarietà e appoggio, poi riconoscimento, forza e successo; che per l’associazione si sono trasformati da impiegati in studiosi, conferenzieri, organizzatori, imprenditori. Simpatica caratteristica la nutrita e incisiva presenza femminile: colleghe capaci, decise, moderne che sfatando un luogo comune hanno saputo raggiungere il successo nella vita famigliare e sul lavoro.

Venticinque anni di vita per un’associazione sono molti, spesso troppi. L’Anra ha saputo rinnovare gli uomini ed aggiornare la professione: dai primi responsabili che dovettero inventarsi la professione siamo passati a professionisti che non solo conoscono l’assicurazione ma padroneggiano economia, statistica, diritto, tributi, finanza; dallo studio delle polizze siamo passati ai problemi dei fondi pensione e dei futures; dall’Italia siamo passati all’Europa. Ma questa è un’altra storia che comincia oggi, che non potrò certamente scrivere ma che auguro a voi, e a me, di poter leggere fra venticinque anni.


Dal vostro amico Enrico Gladulich

Milano, 13 settembre 1998


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