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Abbracciare il futuro, gestendo l'incertezza

Dall’ultimo Osservatorio Cineas-Mediobanca arriva la conferma che le aziende che adottano pratiche di risk management hanno maggiori profitti. Ma non basta: i modelli classici stanno diventando obsoleti. Serve una migliore organizzazione e strumenti più evoluti per affrontare l’attuale contesto economico

Autore: Redazione Insurance Connect

In un contesto economico mondiale estremamente mutevole che ha trasformato i paradigmi di riferimento, le Pmi italiane appaiono ancora più fragili. Una situazione determinata da diversi fattori, che spesso risiedono nella stessa natura delle nostre imprese: anelli della supply chain, orientate al b2b e, in molti casi, incapaci di rivolgersi al consumatore finale. Così, con sempre maggiore frequenza, assistiamo impotenti alle scorribande straniere che fanno shopping delle nostre aziende, portando all’estero non solo i guadagni, ma sovente anche il know-how manifatturiero, patrimonio prezioso dell’Italia. Per invertire questa tendenza serve un cambio di atteggiamento, di cui fa parte anche la capacità di dotarsi di un efficace modello di gestione dei rischi. Perché le imprese che hanno avviato pratiche integrate di risk management generano più profitti di quelle che non affrontano con serietà questo fondamentale aspetto. Così, come era emerso lo scorso anno, anche nell’edizione 2017 dell’Osservatorio sulla diffusione del risk management nelle imprese italiane questa dinamica emerge in modo nitido. Lo studio, giunto alla quinta edizione, è come sempre realizzato in collaborazione tra Cineas e l’area studi di Mediobanca, ed è stato presentato lo scorso mercoledì a Milano.

Essere flessibili: un requisito per gestire gli imprevisti

Per inquadrare la portata del cambiamento, il presidente di Cineas, Adolfo Bertani, ha riportato un dato emerso da uno studio del World economic forum, secondo cui il 65% dei bambini attualmente alle scuole elementari da adulto farà un mestiere che non esiste ancora. “Il grande tema del futuro – ha avvertito Bertani – non riguarderà solo imparare a gestire i rischi, ma anche governare l’incertezza, quell’evento che non trova alcuna corrispondenza nell’esperienza passata”. Ciò comporta la necessità di una rimodulazione delle competenze ponendo l’accento sulle abilità legate alla capacità di interpretare, in itinere, una nuova realtà mutevole. Anche se il controllo dei rischi è relegato al terzo posto tra le skills professionali ritenute indispensabili dalle aziende (al primo posto c’è l’area ricerca e sviluppo, al secondo il marketing), le aziende con un buon risk management hanno un Roi superiore del 31% rispetto a quelle che non gestiscono ancora i rischi con un modello di gestione integrato. Bertani ha messo in evidenza che il 25,3% delle imprese del campione presenta un sistema integrato dei rischi (il dato è in crescita rispetto al 2016 quando era del 17,2%), mentre il 47,2% ha un approccio segmentato e il 27,5% non ne dispone affatto. In tutto ciò, il ruolo delle compagnie nella realizzazione di sistemi di risk management non appare adeguato: il 53% delle imprese si affida a società di consulenza, e solo il 28,8% alle compagnie. Ma per tornare alla considerazione di apertura, la ricerca osserva un fattore che sottolinea la dipendenza dalla supply chain delle Pmi: alla domanda “cosa ha condizionato le vendite?”, la prima motivazione indicata è “la perdita di un cliente chiave”. Ciò significa che non è stata fatta diversificazione della clientela, ha rilevato Bertani: “senza la flessibilità – ha avvertito – le aziende non potranno essere pronte per ciò che è inattesto”.


La capacità tutta umana di prevedere i rischi

Quanto ai rischi più temuti e presidiati, si confermano quelli che derivano dagli obblighi di legge (la sicurezza sul lavoro al primo posto) con un aumento della rilevanza per il rischio cyber (etichetta che include sia l’attacco informatico che il mantenimento dell’integrità dei dati aziendali), che era al terzo posto nel 2016 e all’ottavo nel 2015; a seguire, il rischio reputazionale (che solo nel 2015 non rientrava tra i primi 10 rischi per le imprese). Tuttavia, sui temi del rischio si sta delineando uno scenario in cui i modelli ingegneristici e serie statistiche non forniscono strumenti adeguati per la lettura dell’attuale contesto, che si caratterizza per la sua incertezza. Anche alla luce di queste considerazioni, Gabriele Barbaresco, direttore dell’ufficio studi di Mediobanca, ha sottolineato che “per le aziende potrebbe essere un fattore critico di successo l’investimento in risorse umane, dotate non solo di competenze tecniche specialistiche, ma anche di abilità trasversali, come il pensiero critico o la flessibilità adattativa”.


Il passaggio generazionale può essere un momento critico

Il campione di indagine, 272 medie imprese manifatturiere italiane con un fatturato medio di 61 milioni di euro, sono prevalentemente di proprietà familiare: e proprio in questo fattore si annida un ulteriore rischio. Il passaggio generazionale è considerato da tre aziende su quattro a elevata criticità, con un 40% del campione che ritiene che il fattore frenante sia la carenza di competenze altamente qualificate all’interno della famiglia. “Siamo passati da un passato certo, in cui l’impresa a conduzione familiare era un modello perfettamente funzionante, a un futuro che non sappiamo ancora come interpretare”, ha osservato il vicepresidente di Confindustria, Alberto Baban, secondo cui “occorre concentrarsi sul presente per capire come adattarci ai cambiamenti di paradigma. Il sistema familiare che prima dava tante certezze oggi viene messo in discussione. La nostra è un’era di incertezza del sistema: non sappiamo quali saranno i nuovi mercati, né come svilupparli”. L’ossatura produttiva italiana è composta da aziende attive nella produzione di componentistica per altre aziende: sono queste ultime che vanno sul mercato. Secondo Baban, le Pmi devono affrancarsi dalla fragilità strutturale dell’essere b2b, perché “le aziende che prospereranno saranno quelle che riusciranno ad avere il controllo sui consumatori, attraverso la capacità di interpretare e adattarsi ai loro cambiamenti”.


Utilizzare i dati per guidare il consumatore

Controllo sul consumatore significa, in altre parole, capacità di utilizzare i dati. È questa la strada dell’innovazione che le Pmi dovrebbero inseguire, piuttosto che concentrarsi esclusivamente su automazione e robotica che, in buona sostanza, “non sono una novità, visto che esistono dai tempi della catena di montaggio di Henry Ford”, ha osservato Giuliano Noci, professore di strategia e marketing presso il Politecnico di Milano. Secondo Noci, essere un’azienda b2b e riuscire ad arrivare al consumatore finale non sono due concetti incompatibili. Anzi. Il professore fa due esempi concreti: il primo è Intel, azienda ormai ampiamente nota al grande pubblico, ma che produce componenti utilizzati da altri produttori che vanno direttamente sul mercato; e tuttavia, Intel è stata capace di comunicare il proprio valore al consumatore. L’altro esempio portato all’attenzione è tutto italiano, e riguarda un’azienda lombarda attiva nella componentistica per macchine agricole. Quest’azienda, sfruttando le potenzialità dell’Internet of things, ha messo in connessione le componenti che vende, monitorandole attraverso un server centrale che realizza un’analisi predittiva. Alle aziende clienti, dunque, questa impresa non vende solo il pezzo in sé, ma offre anche un servizio: la garanzia che quello specifico componente funzioni sempre in modo corretto. In altre parole, precisa Noci, “andare verso il mercato finale, significa anche dare un peso maggiore alla componente di servizio”. Un altro elemento dirimente sarà la capacità di creare un ecosistema. “La competitività delle imprese – conclude Noci – si giocherà sulla capacità di combinare in modo virtuoso risorse e imprese”. 

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